“Tra un passo e l’altro si sta sempre sul filo del rasoio, oltre il quale è inevitabile la caduta.
In breve, l’atto del camminare riesce soltanto se si concatenano i passi l’uno all’altro,
sapendo che ogni eccesso di precipitazione o lentezza indurrà la rottura.
Camminare è un’apertura al mondo, che invita a essere umili e a cogliere avidamente il momento.
Per chi cammina, la coscienza della propria vulnerabilità è un incentivo alla prudenza e alla disponibilità verso gli altri, invece che alla conquista e al disprezzo. Una cosa è certa: chi và a piedi raramente ha l’arroganza dell’automobilista o di chi usa il treno o l’aereo, perchè sta sempre all’altezza d’uomo, e sente a ogni passo la scabrosità del mondo e la necessità di rapportarsi amichevolmente alle persone che incontra sul cammino.
L’esperienza della marcia decentra da sè e ripristina il mondo iscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano
alla fragilità e alla sua forza. E’ attività antropologica per eccellenza, perchè stimola nell’uomo il desiderio di comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri…”